Premio per il Libro di Poesia 2002

   

PAOLO BERTOLANI, LIBI

(INTERLINEA, NOVARA 2001)

 Motivazione della giuria

 

 Con LIBI Paolo Bertolani, da anni riconosciuto come uno dei più significativi poeti dialettali italiani, ha scritto un libro di fedeltà, fedeltà ai luoghi nativi, e di quotidiana esistenza, fedeltà agli affetti, fedeltà alla poesia, intesa come voce di autenticità umana, sempre più minacciata – come il suo meraviglioso paesaggio – dall’insidia dell’incuria e del degrado.

LIBI (Interlinea, Novara 2001) è certamente espressione di un microcosmo, naturalmente anche linguistico, nella rara parlata che qui a spicco, ma proprio per questo suo tratto, così profondamente vissuto, è anche grande poesia universale, capace di emozionare i lettori sulla partita quotidianamente giocata, nei luoghi della terra, tra l’uomo e la vita, tra la tenerezza e il dolore, mentre si manifesta la consapevolezza della fragile avventura dell’esistenza nell’enigma, a volte anche seducente, delle cose e del mondo.

      Note su l’amicizia  

Paolo Bertolani fu il primo vero poeta che conobbi. Fu a Fiascherino sotto la Serra, dove viveva ed era disoccupato. Anch’io ero disoccupato, essendo cessato il mio lavoro di segretario di un inglese, Percy Lubbock, il giorno che egli decise di non aver più bisogno di un segretario. Lubbock da giovane era stato amico di Henry James e la sua prosa aveva una certa disossata somiglianza a quella del maestro. Così eravamo due poeti disoccupati, di cui uno - cioè io – stava lavorando al suo primo smilzo volume, La collana, e l’altro, diciottenne, faceva i primi passi. Con l’arroganza della giovinezza, gli consigliai di studiare meno Petrarca e di leggere Michelangelo, le cui contorsioni stilistiche erano più vicine alle necessità del nostro tempo. Paolo concluse che parlavo di cose che non sapevo, essendo Michelangelo scultore e pittore prima che poeta. Ma non disse nulla, perché capiva che un sapientone di ventiquatt’anni poteva magari avere ragione riguardo a Michelangelo. Me l’ha detto molti anni più tardi. Nel frattempo aveva trovato la sua strada prima attraverso l’italiano, poi attraverso il dialetto del suo paese, La Serra. C’è una bellissima chiarezza nelle sue poesie che non necessitano di contorsioni barocche per dimostrare il loro valore. Sono più simili ad acqua di sorgente che a pietra scolpita. Ogni volta che le leggo, mi colpisce di nuovo la loro freschezza senza pose teatrali, l’assenza di ogni retorica autocompiaciuta. Lo stesso può dirsi della sua prosa. Racconto della Contea di Levante è autobiografico senza introspezione e un resoconto di tempi meno falsamente sofisticati dei nostri. Persino sotto il fascismo il nocciolo della vita paesana si conservò, con il suo folclore. Pasolini sosteneva che l’inquinamento industriale aveva ucciso le lucciole. “Aveva torto, ma aveva ragione”, disse una volta Paolo. Ho rivisto Paolo frequentemente nel corso degli anni, delle volte in compagnia di Attilio Bertolucci e Vittorio Sereni, spesso in casa della nostra comune amica Astrid Donadini. Bertolucci e Sereni avevano posti di vacanza nei pressi della Serra. Nel 2001 lessi le mie poesie al Festival dell’Unità di Bologna. La brava giovane che mi accompagnò al luogo della lettura disse a mia moglie e a me: “Abbiamo una piccola sorpresa per voi”. Aprì la porta, ed ecco Paolo, il poeta quasi settantenne che avevo conosciuto diciottenne.   

CHARLES TOMLINSON
Ozleworth, Wotton-under-Edge
(Inghilterra), 28 luglio 2002

 

 FATESSE

Fatesse der mondo
c’la van a moìe,
dolòe ca nò so die. 

A te fàcia fina,
c’lò te miàme lungo
chi s’apàna, i se sluntàna  

 L’è roba de segòndi fae’r cunto
de còse remàna.

   

FORME

Forme del mondo
che vanno a morire,
dolore che non so dire.

Il tuo volto fine,
quel tuo guardarmi lungo
che si appanna, si allontana  

E’ roba di secondi fare il conto
di cosa rimane.

 

  

 

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