PAOLO BERTOLANI, IN MEMORIAM

Stefano Verdino

 

Paolo Bertolani ci ha lasciato mesi fa, nella notte del 19 febbraio 2007. È inutile dire come la perdita sia davvero atroce, perché Paolo oltre a essere un vero poeta era anche un grande uomo, abbinamento non sempre conseguente; inoltre era così connesso al territorio di Lerici, alla contea di Levante, come diceva lui, al nostro premio, che è difficile ora vederli, senza la sua cordiale e bellissima figura, senza l’incanto della sua meravigliosa voce e della sua maestria nel raccontare.

Paolo Bertolani è un poeta che ha creduto fermamente fino all’ultimo alla voce e al nerbo (non oso dire alla forza) della poesia. Una fiducia oggi forse poco condivisa dagli stessi autori, ma che lui ha inverato sempre persuasivamente da Incertezza dei bersagli (Guanda 1977), con il via libera di Vittorio Sereni e Attilio Bertolucci a Raità da neve (Interlinea 2005). Bertolani inoltre, dopo l’esordio in lingua, ha scelto la via a un tempo meno facile per avere udienza: il dialetto, e che dialetto, un ligure di levante assai impuro, del territorio di Lerici da cui non si è mai mosso. Ma la sua Lerici non è quella romantica di Shelley dagli ampi spazi marini, ma una campagna magra, alta sul mare, con vigne, ulivi e pecore, con un borgo umano di semplici, quanto vivaci interlocutori da  Seinà (Einaudi 1985), fino ad oggi. Netta l’integrazione tra ambiente e lingua, come per una necessitata vocazione di perfetta identità con quel particolare paese (la frazione La Serra, sopra Lerici), da cui non  è possibile uscire.

Il serrese di Bertolani è un dialetto ligure (ma non privo di influssi emiliani), più tenero del genovese, con meno vocali turbate e con meno increspature consonantiche; anche la cadenza fonica induce ad una sobria cantilenante malinconia, che sembra il naturale bordone di questo registro espressivo. Il suo dialetto si mantiene fedele alla tradizione lirico-preziosa del ligure (da Foglietta a Firpo), anche se non credo proprio che dietro il codice di queste poesie ci siano i precedenti locali, quanto un cotè significativo e netto della poesia del novecento, di quell’area esistenziale che va da Sbarbaro, Rebora e Montale, a Sereni e Bertolucci, così affettuosamente praticati – questi ultimi- nella vita da Paolo e ben presenti, con il rispettivo nome di Vittorio ed Attilio in varie poesie. Se da Sereni discende l’impianto elegiaco e il sobrio struggimento di un continuo scacco, da Bertolucci deriva piuttosto il gusto del quotidiano , del racconto e delle misure prosastiche.

Abbiamo ricordato il Polo, strepitoso narratore orale, ma va fatta menzione anche del non comune scrittore di racconti, la sua misura perfetta, da quel Racconto della contea di Levante (1979), vincitore del premio Comisso, e opportunamente ristampato dal Melangolo, che ha in questi anni sempre pubblicato i frutti di questo suo ‘secondo mestiere” da Il vivaio (2001) a Il custode delle voci (2003) a Colpi di grazia (2007), uscito poco tempo dopo la sua scomparsa.

            L’impegno di testimoniare un mondo di campagna via via sempre più fioco se non già estinto ha sempre portato Bertolani a mettere in campo il tema del morire. Non della morte, ma del vario venir meno all’umana compagnia. Questo rovello attorno a quello che Montale chiamava il “trabocchetto” è stato assai frequentato da Paolo, che era così innamorato, naturalmente, della vita e del suo gioco. E stava proprio nella sua vitalità la radice del suo non riuscire a consolarsi del comune destino di estinzione, che lui ha genialmente annodato sia agli uomini, che ai loro usi e costumi che alla loro terra.

           

Ricordiamo Paolo Bertolani con una poesia tratta da “Libi” (Interlinea 2001) con cui vinse Il Premio Lerici “==” per la poesia edita.

 

SITO

 Segà, 'r sito i odóa

come de nòte 'a muàgia de gersomìn. 

Avóa lè anca ciao e la n'ha smisso

‘a sigàa de tremàe 'nter palo da luse,

barchéta spèrsa fra pogo

drent'a 'n mae de ómbia.

   

Campo - Falciato, il campo odora / come di notte la muraglia di gelsomino. / Adesso è ancora chiaro e non ha smesso / la cicala di tremare / sul palo della luce, / barchetta sperduta fra poco / dentro un mare d'ombra.