La sezione del Premio Lerici Pea “Liguri nel Mondo “ nasce nel 1994, su proposta di Alberta Andreoli e Adriana Beverini,  è stato voluto dall’Associazione Lerici Pea,  per la  necessità di rispondere alle richieste di italiani “emigrati” o che lavorano all’estero, che inviavano alla segreteria del Premio le proprie poesie e chiedevano di poter partecipare; i primi scritti ci sono giunti dall’America, dalla Svizzera, e dalla Germania. La sezione è nata con il contributo determinante dell’assessorato Lavoro Emigrazione della Regione Liguria che ha prontamente sostenuto e capito l’importanza della nascita di questa Sezione del Premio. Il Primo poeta premiato fu Sergio Wax (Svizzera) nel 1994, sono seguiti  Lionello Grifo 1995  (Spagna), Gianni  Lercari  (Austria) nel 1996. Nel 1997 il Premio non si è svolto. Nel 1998, alla sua ripresa, è stato premiato Riccardo Olivieri (Lussemburgo) e questa sezione del Premio è proseguita, sempre sostenuta dalla Regione, sino ad oggi senza mai un anno di interruzione. Dal 2000 il Premio è cresciuto, ed ha ampliato i propri “orizzonti”, cogliendo le istanze di contemporaneità che ci sono pervenute da tutto il mondo.
Riteniamo molto importante continuare a mantenere questo rapporto tra la Liguria e il mondo, poichè la nostra Regione, più di altre, è testimone da tempo del fenomeno dell’ “emigrazione”, oggi, per lo più, trasformato nell’ altrettanto problematico aspetto dell’immigrazione.
Alcuni cenni storici:
L’emigrazione ligure tra la fine dell’800 e l’inizio del 900 si è diretta essenzialmente verso le Americhe; intorno al 1880 su cento italiani immigrati in America più della metà erano liguri. L’emigrazione raggiunse le sue punte massime tra il 1850 ed il 1870, diminuì dopo il 1870 grazie alle fiorenti attività industriali per poi riprendere dopo il 1900. Alcuni si arricchirono, per esempio istituendo catene commerciali o sfruttando le miniere dell’America latina. Si può citare l’esempio della “Del Monte”, fondata da due liguri, oppure la fondazione della “Bank of America” ad opera di figli d’emigranti liguri provenienti da Favale di Malvaro.
Successivamente, verso la meta degli ultimi decenni dell’Ottocento, meta privilegiata fu l’Argentina. In Cile le zone interessate furono la capitale e la costa, ma anche i territori settentrionali, dove vennero avviate numerose attività commerciali. In Perù i liguri diventarono il punto di riferimento per tutti gli emigranti italiani, poiché ne rappresentavano la maggioranza. Altre mete furono la California, l’Australia ed il Canada. Così scriveva, nel 1930, de Souza Reilly a proposito della Boca, il quartiere “genovese” di Buenos Aires: “Non appena giungiate alla Boca del Riachuelo, i vostri cinque sensi vi grideranno all’orecchio come un capostazione: “Genova! […] Le parole, gli odori, i sapori, insomma tutto vi produrrà l’impressione pittorica, panoramica, superficiale di trovarvi a Genova. Una manciata di casette variopinte, il porticciolo gremito di imbarcazioni, la parlata genovese che risuonava nelle strade–e ovunque il profumo inconfondibile della farinata e della focaccia calda… Tale doveva essere il vecchio quartiere della Boca: una Genova in miniatura, popolata da marinai e pittori, massaie e prostitute, poeti vernacolari e contrabbandieri, commercianti e compositori di tango. Un quartiere di angiporto: variopinto e inquietante, povero e fiorente al contempo, ove l’immigrazione prevalentemente ligure aveva imposto pacificamente l’uso del dialetto genovese. Ma l’anima della Boca non è solo l’orgoglio di un’immigrazione industriosa: qui, infatti, la dimensione epica del riscatto sociale è ingentilita da altri due temi fondamentali della comunità immigrante creolizzata: la pittura e il tango. La Boca degli anni d’oro (ossia dalla seconda metà del secolo scorso fino alla fine degli anni ’60) è il quartiere  in cui pittori come Alfredo Lazzari o Quinquela Martin–tutti di origine rigorosamente italiana–installavano i loro cavalletti sulla ribera o direttamente nelle barche, contribuendo con le loro opere all’identità caratteristica del luogo.
Quello dell’emigrazione si rivela un mondo separato, eppure continuamente intrecciato alla città dalle cui case sono sempre partiti, dalle epoche più lontane, flussi diretti in tutto il mondo. Però nella Genova di “Ma se ghe pensu” canzone struggente e bellissima dei suoi emigranti, conosciuta in tutto il mondo, c’è anche il nodo dolente delle sofferenze, degli imbrogli, delle violenze, degli sfruttamenti subiti dagli emigranti e dell’indifferenza per i problemi di queste “tonnellate umane” per il carico dei piroscafi. Il missionario parmense, Pietro Maldotti, inviato dal vescovo Scalabrini a Genova, vede migliaia “di quei poveretti” ovunque, alla disperata ricerca di una sistemazione, sui sacchi, le panche, i pavimenti, alloggiati in lunghi stanzoni sotterranei o in soffitte senza luce e senz’aria. Si cerca di vender loro ” a prezzi favolosi” generi alimentari, che non possono pagare e , quindi, non li sfameranno. Per capire meglio serve qualche dato quantitativo: quello dell’emigrazione è stato un mondo dalle dimensioni sconvolgenti, più di 20 milioni di italiani hanno compiuto la traversata oltre oceano dal 1860 alla vigilia della seconda guerra mondiale. Per tutto l’Ottocento il porto di Genova, al centro di una Liguria “pioniera” e anticipatrice dell’emigrazione, è stato la prima sede di raccolta e d’imbarco per i “migranti” da tutta Italia: dal 1867 al 1901 il 61% dell’emigrazione nazionale è passata da Genova.