Premio Speciale LericiPea


EDITH BRUCK


Motivazione della Giuria


Edith Bruck ha saputo tradurre l’anima in italiano, rinascere in un’altra terra, risorgere con le parole.

Con lei si attraversano i grandi stravolgimenti del secolo con gentilezza, con sincerità,

con eleganza, eppure non ci si muove dal correre quotidiano della sua vita; da un piccolo per-

tugio creato dalle parole lo sguardo si apre stupitosull’orizzonte del mondo.

In “Specchi” ci ospita nella sua casa, ci mette davanti alla sua libreria a osservare il suo cam-

Mino e l’intero Novecento.

Edith è profonda nella leggerezza e leggera nella gravità -come diceva Brecht-: la cosa più difficile.

I suoi versi sono sciolti, invitanti, suadenti: non si possono forzare, non chiedono toni plateali,

vogliono l’abbandono; quando si leggono sollevano con il loro ritmo, quasi prendono per mano,

portano da lei.


 

Nota biobibliografica


 

Nata in Ungheria nel 1920 da famiglia ebraica, Edith Bruck ha subito le discriminazioni razziali

e la deportazione a quindici anni. Sopravvissuta ad Auschwitz, dove ha perso genitori, fratello e alcuni parenti, si è stabilita definitivamente in Italia nel 1954, dedicandosi agli studi ed entrando a far parte di circoli culturali dove è divenuta amica di Montale, Ungaretti, Luzi e Primo Levi, al

quale la legava la comune esperienza della deportazione. Sollecitata da questi” amici fraterni” e dall’impellente bisogno di testimoniare perché il mondo sapesse e non dimenticasse, ha passato la vita andando a parlare nelle scuole italiane ed europee della sua esperienza nei campi di concen-

tramento La necessità di tenere vivo il ricordo della shoah sta alla base della sua scrittura. Ha

pubblicato “ Due stanza vuote” ( Marsilio, Venezia 1974),“Nuda Proprietà” (ivi, 1993), “Chi ti ama così” (ivi, 1994), “L’attrice” (ivi, 1995), “Il silenzio degli amanti” (ivi, 1997), e il più recente “Specchi” ( Edizioni di storia e letteratura, Roma 2005).


 


 


 


 

Negli scomparti sottostanti

libri e ancora libri


 

anche i miei

mai più riletti

dopo averli scritti

anzi quasi nascosti

da una pianta

che captando il mio sguardo amoroso cresce a dismisura

fiorisce anche quando non deve

invade con le sue foglie gigantesche

la piccola libreria sotto la finestra

carica di dizionari

di cartelle di critiche

di documenti

idee mai realizzate

articoli pubblicati

lettere d’amore che non si scrivono più

lettere di lettori di amici

che non sono più

Zavattini Sereni Levi Carlo e Primo

Calvino Batocchi Solmi Montale

Pratolini Vittorini e Lukàcs…..


 


 

Se n’è andato con Moravia

anche un mio pezzo d’Italia

e tra non molto

il mio nome

i miei libri

il mio vissuto

non diranno più niente a nessuno

un testimone diretto

meglio che cada nell’oblio

come i crimini stessi

dei contemporanei

che nulla hanno cambiato

mani omicide

si abbattono sempre

in qualche angolo del mondo

un lutto uccide l’altro

mentre si predica il perdono

nel mondo cristiano

s’invoca la pace

si pretende di esportare la democrazia

come fosse coca-cola

su un terreno già minato

martoriato di fanatismo

oscurantismo

terrorismo

stupri


 


 

che non contano

come le donne


 


 

Sotto la seconda finestra

su un piedistallo di ferro

giace il sarcofago

di una tomba etrusca

sgretolato dal tempo

che non mi dice molto

legata come sono

al Novecento

ricco di orrori

le purghe staliniste Hiroshima

i campi di sterminio

Vietnam

i teschi di Cambogia

le fosse comuni in Bosnia

Sarajevo

i Gulag

l’Africa in sangue

il Sudan dove si muore

l’Uganda già dimenticata

l’Oriente in guerra anche con se stesso

i bambini armati

venduti e comperati

rapiti per gli organi

la marcia delle tenebre

è SENZA FINE

gli occhi

più delle volte si chiudono

come se le realtà

ciò che accade

al piano di sotto

non ci riguardasse

finchè non tocca a noi

ai figli dell’opulenza

che non sanno

non devono sapere

che i loro coetanei

muoiono di fame

guardare il mondo

che entra in casa

non basta

la sguardo

come la memoria si difende

seleziona

ciò che vuole vedere

la morte è svalutata

il diritto alla vita

al pane all’acqua

sono frasi belle

gocce nel sangue


 


 

Accanto all’urna etrusca

procurata legalmente

sul tavolino ottocentesco

sono posati due portacandele d’argento

che testimoniano un mio desiderio

di possederli

dopo averli visti

in un mercato d’antichità

a San Paolo

dove vive mio fratello da immigrato

lì per lì

avevo rinunciato

la vergogna del superfluo

in un paese dove

manca il necessario

e chi è ricco nuota in piscina

sui tetti dei grattacieli


 


 

Una volta a casa

a Roma

i portacandele d’argento

continuavano a far parte del mio sogno

anche di giorno

li desideravo li volevo

per me

o per mia madre-cenere?

tra me e me pensavo

di fare come lei

il venerdì sera

accendere le candele e pregare

la sua fede totale

povera mamma

con il suo portacandele

di piombo

come avrei voluto

invece di riceverli io

da mio fratello

che li ha ritrovati

me li ha spediti in dono

sperando che bastassero

per diventare come nostra madre

io stessa mi credevo pronta

alla vista dei due oggetti

preziosi semplici simili

a quelli di casa

dove la mamma

parlava con Dio

come fosse lì

nella stanza-cucina

nel poco spazio anche per noi

(da Edith Bruck, Specchi, ediz. di storia e lett., Roma 2005)