L’associazione Lerici Pea ha organizzato il 23 settembre 2001 il convegno: "Voci dal Mediterraneo nel Golfo dei Poeti", al quale hanno partecipato i poeti Adonis ed Analisa Cima. Il poeta Adonis, vincitore del Premio Lerici Pea alla produzione poetica per l’anno 2000 ha così dato il suo contributo al dibattito:
Dire che ci sono caratteristiche poetiche comuni fra le due rive del Mediterraneo e' un argomento che offre spunti di riflessione. Secondo Jean Guilaine, Professeur au College de France, e gran specialista del neolitico, si deve dire che "la prima Europa di civiltà agricola non e' nata in Europa .... i primi uomini 'moderni' entrati sul nostro territorio circa 45000 anni prima di Cristo venivano già, almeno in parte, dal vicino oriente; ed e' proprio da queste regioni che sono giunti, a partire da 7000 anni prima di Cristo i primi agricoltori che hanno iniziato la sedentarizzazione. Il vicino oriente non e' certamente l'ombelico del mondo, ma e' la culla di un sistema di vita impostosi in Europa. Guilaine dice ancora che all'origine ci sono 'due Europe', una del mare e una del centro con due modelli culturali specifici, l'uno mediterraneo e l'altro danubiano.
I) Lo stile mediterraneo ereditato del Vicino Oriente si impose con l’allevamento dei caprini, la costruzione di piccole case in legno o di mattoni crudi o ancora di argilla e paglia sminuzzata e mescolata, con le sepolture dentro i centri abitati, le ceramiche dipinte, le stoviglie decorate che si divulgarono dalla Grecia al Portogallo. Come egli conclude, il Neolitico è il vero inizio della storia d’Europa (il momento in cui l’uomo ha cominciato a modificare il mondo). Se aggiungiamo l’alfabeto e le tre religioni monoteiste e il ruolo dell’Andalusia, si può dire che ci sono state comuni radici di civilizzazioni e culture fra il Vicino Oriente e l’Europa Occidentale. Le differenze non sono di natura bensì di grado. Questo è il mio primo punto di riflessione.
II) Alla luce delle nostre origini e delle nostre storie culturali comuni, si può dire che non è più possibile, se si parla di dominio della cultura, specie dei suoi aspetti creativi, parlare di differenza di genere, di tipo, fra ciò che si chiama "Occidente" e il "Mondo Arabo-orientale". La mobilità della creatività umana ha trasformato le frontiere geografiche in altrettanti fattori di legami e di coesione, proprio quelle stesse frontiere che erano, all’origine, strumenti di scissione e di separazione. Se oggi ci si chiede: l’Iliade o la poesia di Al-Ma’arri, per esempio, o ancora quella di Goethe e di Rimbaud, è poesia orientale o occidentale, vorremmo rispondere: né arabo-orientale, né occidentale, è essenzialmente umana, al di là della lingua, della nazionalità e della geografia. A fortiori, questo si applica a tutti i libri rivelati o sacri.
Si può in misura simile ripensare al concetto di "civilizzazione giudaico-cristiana". E’ più esatto, in proposito, usare l’espressione "civilizzazione giudaico-musulmana" perché il cristianesimo fu una negazione del giudaismo da due punti di vista essenziali: concezione di Dio e della legge. Al contrario l’Islam ha adottato le visione giudaiche di Dio, di legge e di rivelazione.
III) Bisogna dunque considerare ed esaminare la creazione culturale attraverso un’ottica verticale e non orizzontale. La prima vede il mondo intero non dal punto di vista geografico, bensì da quello dell’unità umana. La creazione è una nel mondo che è uno. Mantenere una divisione Oriente – Arabo/occidentale, rivela invece una volontà politico – economica, una volontà dettata da un’ideologia che vede il mondo soltanto sotto l’aspetto di un mercato e l’uomo come un consumatore. In più, maschera tendenze all’egemonia e all’assoggettamento. Riduce la cultura a produzione tecnica e l’uomo a stomaco.
IV) La tecnica non può in alcun modo esprimere la profonda identità umana, che invece ben esprimono l’arte, la musica, la poesia, altrimenti detta "creazione a-tecnica". Questa creazione preserva l’identità da una parte, e dall’altra l’apre come un orizzonte infinito. C’è un intreccio forte tra le diverse identità, nel senso che l’io non può essere se stesso che attraverso l’altro. L’alterità è l’altra faccia dell’io. L’uomo non può essere se stesso che nella misura in cui può essere l’altro. L’altro non è un semplice complemento (per poter dialogare e stringere legami con lui), è una dimensione costitutiva dell’io.
V) Le conoscenze convergono per unificarsi, per divenire un solo "libro". La vera creazione odierna emana da tale libro. I limiti fra i saperi svaniscono e se la poesia ha una specificità, questa risiede nello svelamento dei rapporti invisibili fra i generi di conoscenza e fra questi ultimi e il mondo. L’unità della conoscenza sottintende l’unità degli esseri umani, della terra, dell’Oriente arabo, dell’Oriente intero e dell’Occidente.
VI) In questa prospettiva, le due rive del Mediterraneo sono crogiolo di un senso comune per Oriente Arabo ed Europa Occidentale. La poesia è , per eccellenza, il luogo del significato; noi siamo in cammino verso il senso, il significato, nella misura in cui viviamo da poeti sulla terra, per riprendere ciò che diceva Höelderlin. E’ per questo che c’è un’urgenza di poesia nelle nostre società in cui la tecnoscienza, invece di rendere poetico il mondo, lo ha deformato e imbruttito. Le sue pratiche stanno per guastare non solo la natura naturata, creata, esteriore, ma anche quella naturante, creatrice ed interiore. Sono l’immaginario, il sogno, lo sconosciuto, il mito radicato nelle due rive a dover essere la sorgente di questa urgenza di poesia. In essi risiede ciò che potrebbe rinnovare nell’uomo le sue dimensioni cosmiche, perdute o dimenticate, e ridare all’esistenza il suo splendore.
Quando la tecnoscienza si mostra incapace di risolvere le difficoltà, i dilemmi e le oziosità umane, quando la filosofia esita, improvvisando risposte incerte e defilandosi, Quando l’insieme delle conoscenze sparisce sotto lo strepito dei mercanti oppure soffoca in silenzio La poesia resta il luogo Il luogo in cui l’uomo può tentare un dialogo riconoscimento e di rinascita Un dialogo che, insieme, si afferma come scoperta dell’universo e scoperta dell’altro. Perché la poesia è il più profondo mezzo di espressione radicato nella coscienza umana; non è soltanto l’estetica della parola, è altresì la vita e la sua estetica. La maggior parte delle altre forme espressive drizzano ostacoli, scavano abissi fra gli uomini. Invece la poesia è una parola di pace, la parole dell’Io, invaso, abitato dall’Altro, la parola che sta al centro del pensiero d’amore. La poesia è plurale, punto d’incontro e intreccio tra l’uomo e il mondo. La poesia non produce che parole, in lei convivono natura e cultura, spontaneità e volontà affinché l’uomo non trovi se stesso che attraverso l’altro. Al di là delle nazionalità, credenze, lingue, la poesia unisce gli uomini, fermento e base per l’unità degli esseri umani. Essa rischiara e illumina i loro cammini, scoprendo orizzonti infiniti. La poesia, più che simbolo di apertura e fiducia nell’altro, è il territorio senza misura dell’apertura, è la dimora dell’altro. Essa trascende il razzismo come il concetto di tolleranza, concetto che non si è mai affrancato da un’ombra di disuguaglianza, di condiscendenza: "Io ti tollero, dunque ho ragione! Per pura generosità, io ti lascio la libertà di esprimerti, tu che hai torto…" La poesia, invece, apre uno spazio dove nessuno incarna la verità, dove nessuno è depositario di una legge indiscutibile. La poesia, lontana dall’idea di tolleranza, cerca di raggiungere la natura originaria dell’uomo, fatta di uguaglianza e di unità. Rivolti all’avvenire, gli esseri umani partecipano di questa richiesta di verità, di questa richiesta che esige lo svelamento ulteriore incita alla creazione perpetua. E’ solo attraverso la poesia che l’uomo diviene il creatore della propria identità. Così, non si tratta più di sapere come vedere o definire il ruolo della poesia nella vita, ma piuttosto come vedere e definire quello dell’uomo e della società, nella trasformazione della vita in poesia. La poesia ha magnificamente interpretato il proprio ruolo, creando modi di vedere l’universo nella pienezza della sua freschezza e l’esistenza nella sua piena bellezza. La percezione della privazione, nella nostra vita moderna, è dovuta alla incomprensione che di tale evidenza noi abbiamo. Come trasformare la vita in poesia, ecco la domanda. Non spetta più al poeta assumere questo ruolo, salvo nel senso che egli continua, grazie alla forza della creazione, ciò che i grandi creatori del passato hanno fatto, cioè a sapere: - continuare a creare rapporti nuovi fra lingua ed esistenza, che daranno alla nostra vita un’immagine più bella e umana. Spetta dunque alla società assumersi la responsabilità di creare i mezzi che permetteranno di diffondere questi rapporti e trasformarli in pane quotidiano, di dispiegare ed estendere la visione poetica agli altri punti di vista che dirigono il mondo attuale, nella politica, in economia, nella scienza… Bisogna operare perché la vita umana, al di là di razze, lingue, paesi, possa essere visuta coem se essa stessa fosse poesia.
VII) Mi auguro che questi momenti vissuti in poesia restino come simbolo vivente della progressiva poetizzazione del mondo e dell’unità fra gli uomini. Vorrei aggiungere: alle parole di Rimbaud "Bisogna essere assolutamente moderni" si deve sostituire "Bisogna essere assolutamente poeti!".
ADONIS NOTA BIO-BIBLIOGRAFICA 'Ali Ahmad Sa'id nasce nel 1930 a Qassabin, nel nord della Siria. Il futuro poeta è iniziato molto presto alla lingua del Corano e alla cultura araba classica. Nel 1950, completati gli studi liceali, Adonis frequenta l'Università di Damasco dove si laurea in Filosofia nel 1954. Nel 1956 si sposa con una compagna di Università, H ālida Sālih; nel 1957 fonda il gruppo ŠiÈ r (Poesia). Nel 1960 trascorre un anno a Parigi grazie ad una borsa di studio del governo francese. E’ qui che egli comincia a scrivere la sua terza raccolta di Poesie I canti di Mihyar il Damasceno, opera che segnerà una tappa fondamentale nell'evoluzione della poesia araba. Nel 1971 è nominato Professore all'Università libanese di Beirut. Si reca negli Stati Uniti dove a Pittsburg gli viene conferito il Syria-Lebanon Award of the International Poetry Forum. Pubblica un libro contenente tre lunghi poemi: Tomba per New York, Prologo alla storia dei Re di Ta’ifa, Questo è il mio nome. Nel 1980 è invitato come Professore associato all'Università della Sorbonne-Nouvelle (Censier Paris III). Nel 1986 è nominato delegato permanente aggiunto della Lega Araba all'UNESCO. Nel 1995 esce presso la casa editrice Dar as-Saqi di Londra il primo volume di una imponente opera critica poetica dal titolo Al Kitāb (Il libro). Nel 1997 gli viene conferito dal governo francese il titolo di "Commandeur des Arts et des Lettres". Insegna come visiting professor presso l'Università di Priceton (USA). Nel 1998 esce presso la casa editrice Dar-is-saqi di Londra il secondo volume di Al Kitāb (Il libro). Nel 2000 riceve il Premio Lerici Pea alla carriera.
|